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La storia della spremitura

Storia e cultura

L'olio d'oliva non esiste finché qualcuno non rompe l'oliva. Nel frutto la sostanza grassa vive dentro cellule piccolissime della polpa, e per estrarla serve un doppio lavoro: frantumare la polpa senza schiacciare il nocciolo, e separare poi l'olio dall'acqua e dai solidi. Tutto il relativamente complicato capitolo tecnico della civiltà dell'olivo sta in questi due passaggi, e la loro soluzione — macine, torchi, decantazione, centrifugazione — è la storia più lunga e più costante dell'intera filiera.

Questa voce ripercorre tremila anni di macchine: il trapetum greco, i torchi romani, i frantoi ipogei del Mediterraneo, la meccanizzazione moderna fino all'estrazione continua che oggi è lo standard. Chi vuole capire perché un extravergine costa quanto costa trova qui metà della risposta: la qualità dell'olio è una questione di spremitura, e lo è da sempre.

Il principio: frangere, non schiacciare

Il punto di partenza tecnico è controintuitivo: per fare l'olio non si schiaccia l'oliva, la si frange. Se il nocciolo si rompe, rilascia amaro e astringenza e danneggia il sapore; quello che serve è un'imbrattatura controllata della polpa che rompa le pareti cellulari lasciando interi i nocciole. Tutte le macchine della storia — le macine a rotazione, i molazze in pietra, i martelli moderni — risolvono questo problema: ridurre la polpa in pasta omogenea, senza polverizzare il legno interno del frutto.

Il secondo passaggio, la separazione, sfrutta un semplice dato fisico: l'olio è più leggero dell'acqua. Lasciata riposare, la pasta sprime emette un liquido da cui l'olio sale in superficie e può essere raccogliato. Questa separazione per densità — nella tradizione dei frantoi italiani, la saffatura — resterà il cuore della lavorazione fino al Novecento, quando la centrifugazione la sostituirà accelerandola di molto.

Il trapetum e le macine greche

La più antica macchina olearia documentata archeologicamente in Grecia è il trapetum: una vasca di pietra semicircolare dentro cui ruotano, attorno a un perno centrale, due semisfere di pietra (le cupidines, «cuccioli») montate a braccio. Le olive immesse nella vasca venivano frante tra la superficie interna delle semisfere e il fondo curvo della vasca: la geometria era pensata perché la distanza tra pietra e fondo non fosse mai così piccola da rompere il nocciolo.

Il trapetum era robusto, semplice, azionato a mano o da mulo, e la sua idea — due elementi di pietra che frangono a distanza controllata — è il progenitore diretto delle molazze moderne. Le fonti archeologiche mostrano che era già diffuso nel mondo greco in epoca classica e che è passato poi ai Romani senza grandi modifiche: quando una tecnologia è ben fatta, la sua forma resta stabile per secoli.

I torchi romani: la leva e poi la vite

Frangere è metà del lavoro; l'altra metà è sprimere la pasta con forza sufficiente a far uscire l'olio. Il torchio più antico è il torchio a leva: un grande tronco obliquo, il prelum, appoggiato a un muro o a un sostegno fisso, sotto cui si mettono le ceste di pasta; sulla coda della leva si appesantivano pietre o si tirava con un arganello. È il principio del tirare-fare-fatica: la forza è la leva, e la leva è limitata dalla lunghezza del tronco.

Il salto tecnologico arriva con il torchio a vite, documentato in età imperiale romana e descritto da Plinio. Una vite di legno, poi di ferro, comprime direttamente la testa del torchio: la forza si applica in modo continuo e controllato, e il torchio a vite resterà la macchina simbolo dei frantoi per diciotto secoli. Con la vite arriva anche la possibilità di un secondo giro di lavorazione: la pasta già sprimessa poteva essere ritirata, riscalata e sprimessa di nuovo — da cui la distinzione antica tra olio di prima spremitura e olio di seconda, la radice più antica della gerarchia di qualità che oggi conosciamo come extravergine, vergine e olio di oliva.

I frantoi ipogei: la spremitura nel sottosuolo

Tra il Cinquecento e il Settecento, in Puglia e in altre zone del Sud, l'olio è una merce di esportazione di grande volume e i frantoi si adattano alla logistica: nascono i frantoi ipogei, laboratori scavati nella roccia calcarea a profondità di 5-10 metri, collegati alla superficie da pozzetti e cunicoli attraverso cui le olive scendevano e le botti di olio salivano. Alcune città pugliesi — nella Murgia dei Trulli, in zone attorno a Bari, Andria e Monopoli — ne conservano decine, oggi visitabili.

Perché sottoterra? La temperatura costante proteggeva l'olio dal caldo, i locali grandissimi erano ricavabili a costo di scavo, e soprattutto l'olio poteva essere stoccato in situ: nei frantoi ipogei la spremitura e il deposito in botti enormi (alcune da cento ettolitri) erano nella stessa stanza. Lo svantaggio era il lavoro in spazi bassi e bui: le vasche di pietra, le macine a trazione animale e le candele facevano il resto. È un tipo di architettura industriale che ha reso la Puglia il primo esportatore di olio del Mediterraneo moderno, con Genova e Venezia come sbocchi commerciali.

I frantoi genovesi: leve, viti e molazze in granito

In Liguria, dove i pendii non concedono spazi grandi, la spremitura si specializza in altra direzione: frantoi di piccola taglia, spesso incorporati nelle case rurali, con molazze in granito a due o tre corte che girano su un pancone di pietra, e torchi a leva con leve e viti combinate: la leva veniva caricata con cunei o viti che aumentavano la compressione senza bisogno di tronchi chilometrici. È la soluzione tipica dell'olivicoltura eroica ligure: piccole produzioni, grande cura, spremitura rapida al rientro delle olive dal monte.

Questa tradizione genovese ha avuto una conseguenza tecnologica notevole: i frantoi liguri furono tra i primi ad adottare, nell'Ottocento, i torchj idraulici, macchine in cui un pistone azionato da una pompa sostituisce leva e vite. La pressione idraulica è più alta, più controllata e più pulita: è l'ultimo grande salto della spremitura «a freddo» prima dell'elettronica.

L'estrazione continua: la centrifuga arriva nel frantoio

Il Novecento cambia le regole in due passaggi. Il primo è la superpressa e poi la pressa idraulica elettrificata: la pasta, adagiata su dischi di fibra impilati, veniva sprimessa da un pistone idraulico con pressioni sempre più alte. Il sistema «a pressa» funziona bene, ma ha un limite strutturale: la pasta passa attraverso strati, il processo è discontinuo (carica, spremitura, scarico) e gli impianti vanno puliti a fondo tra una lavorazione e l'altra.

Il secondo passaggio è la centrifugazione. La tecnologia nasce in altri settori industriali e viene applicata all'olio a metà Novecento: una centrifuga a decanter separa, in movimento continuo, la pasta franta in olio, vegetazione e sansa senza dischi né fibre. Su questo si costruisce l'estrazione continua, che oggi è lo standard dei frantoi: le olive entrano da un lato, l'olio esce dall'altro, con controllo della temperatura e dei tempi che si misura in minuti. Il salto di qualità non è solo di resa: è di igiene e di rapidità, i due parametri che da Columella in poi sappiamo decidere della qualità finale.

C'è un'ultima distinzione che vale la pena nominare perché chiuderà il cerchio con le guide pratiche sull'EVO: nell'estrazione continua il liquido può essere separato a due fasi (olio e pasta umida) o a tre fasi (olio, acque di vegetazione e sansa secca), e la scelta incide sul consumo d'acqua e sulla quantità di polifenoli che restano nell'olio. È il capitolo più attuale della storia che questa voce racconta, e il motivo per cui la spremitura continua a essere un tema tecnico vivo, non solo archeologia.


In sintesi. La spremitura dell'oliva ha una storia sorprendentemente lineare: macchine a frangere senza rompere il nocciolo (trapetum greco, molazze, molini a martelli), torchi a leva e poi a vite nel mondo romano, frantoi ipogei pugliesi come architettura industriale dell'esportazione, leve e viti liguri per la piccola produzione, pressi idraulici e infine centrifugazione continua. Due principi restano immutati dal III secolo a.C.: la polpa va franta, non schiacciata, e la qualità dell'olio si decide nei tempi e nelle temperature della lavorazione. Le macchine cambiano; la fisica e la cura restano.